Non dire "bravo" a un bambino: l'osservazione in pratica
Dire "bravo" a un bambino sembra un incoraggiamento. Il linguaggio giraffa spiega perché è un giudizio. Ecco il video e gli esercizi pratici.
C'è una parola che diciamo decine di volte al giorno ai bambini, convinti di fare qualcosa di buono.
"Bravo."
Sembra un regalo. In realtà è una gabbia — piccola, dorata, quasi invisibile. E il linguaggio giraffa ci insegna esattamente perché, e cosa fare invece.
Cosa c'entra il linguaggio giraffa
Il linguaggio giraffa è il nome che Marshall Rosenberg ha dato alla Comunicazione Nonviolenta — quella modalità di parlare e ascoltare che parte dai bisogni profondi invece che dai giudizi.
La giraffa è l'animale con il cuore più grande in proporzione al corpo. Un'immagine perfetta per un modo di comunicare che mette il cuore al centro.
Il primo passo di questo linguaggio si chiama osservazione: descrivere ciò che vediamo senza aggiungere valutazioni. Sembra semplice. Non lo è. "Bravo!" è forse l'esempio più comune di quanto sia difficile.
Perché "bravo" non è un'osservazione
Quando dici "bravo" a un bambino, non stai descrivendo niente. Stai valutando. Stai dicendo: «In questo momento il tuo comportamento corrisponde alle mie aspettative.»
Il bambino lo sente. E impara in fretta la lezione:
«Sono bravo quando faccio quello che vogliono gli altri». «Sono bravo quando obbedisco». «Sono bravo quando me lo dicono gli altri».
Quella piccola parola costruisce nel tempo un bisogno cronico di approvazione esterna. Lo stesso bisogno che molti di noi adulti si ritrovano ancora addosso — quella voce interiore che misura ogni azione chiedendosi: sarò abbastanza? sarò approvato?
Il linguaggio giraffa propone qualcosa di radicalmente diverso: restare nell'osservazione, descrivere il fatto concreto, lasciare intatta l'identità del bambino.
Non «Sei stato bravo!», ma: «Giovanni, hai preso 7 in storia.»
Non «Sei stato cattivo con Emanuele!», ma: «Ho visto che hai dato un pugno a Emanuele.»
La differenza non è stilistica. È sostanziale. Nel primo caso il bambino riceve un giudizio su chi è. Nel secondo riceve un'informazione su cosa ha fatto. E quella distinzione apre uno spazio — per parlare, per capire, per cambiare — che il giudizio chiude.
Il video: l'osservazione nel linguaggio giraffa
In questo episodio di Dire ciò che conta trovi un riepilogo rispetto al primo pilastro della CNV (l'osservazione), con esempi pratici su come applicare l'osservazione con i bambini, al lavoro, con te stesso. Prima di passare all'esercizio, una trappola da evitare: gli avverbi assoluti.
Sempre. Mai. Ogni volta. Spesso.
Sembrano innocui. Sono invece tra le forme di linguaggio più difficili da smontare, perché trasformano un comportamento momentaneo in una caratteristica permanente.
L'osservazone nel linguaggio giraffa: tips & triks prima dell'esercizio
L'esercizio: distingui osservazioni pure e valutazioni
Nel seguente esercizio prova ad individuare le carte che contengono osservazioni pure, e quelle che contengono al proprio interno delle valutazioni. Troverai la soluzione sul retro di ogni carta: se la tua idea coincide con la mia premi V, mentre se ti capita di dare una risposta diversa da quanto mi sarei aspettato premi X. In questo modo potrai controllare alla fine quanto siamo allineati. Buon divertimento!
Come proseguire? Scopri i gruppi di pratica
Gli esercizi scritti sono un ottimo punto di partenza. Ma il linguaggio giraffa è, appunto, una lingua — e le lingue si imparano parlandole, non solo studiandole.
Nella community di Dire ciò che conta trovi gruppi di pratica in cui portare situazioni reali della tua vita e allenarti insieme ad altri, con la guida del metodo CNV.
Puoi iscriverti qui sotto: riceverai anche i prossimi post e video del progetto, un passo alla volta lungo i quattro pilastri del linguaggio giraffa.
Questa pagina fa parte di un percorso sul linguaggio Giraffa di Marshall Rosenberg, proposto all'interno del progetto Dire Ciò Che Conta. Restiamo in contatto!